venerdì 6 dicembre 2013

Paola Stelliferi Maternità: riflessioni femministe dai primi anni Settanta al Convegno “Chi ha paura della cicogna?”1


“Per rimuovere un'oppressione non c'è altro mezzo
che tornare ai propri desideri originari
 e farli scontrare con la realtà”.
 Carla Lonzi, Taci anzi parla, (p.1140)



Fratture
Questo intervento prende le mosse da un saggio scritto dalla storica Anna Scattigno alla fine degli anni Novanta (La figura materna tra emancipazione e femminismo), ripreso e discusso questa estate alla scuola estiva della Società Italiana delle Storiche2.
Nell'affrontare il complesso e ambivalente rapporto tra neofemminsimo e maternità, Scattigno ha deciso di partire dall'incipit di un testo di Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo3, dedicato alla memoria della generazione del Sessantotto:

“Alle radici della nostra memoria, in decine di storie di vita, trovo una frattura. La nostra identità si costruisce a partire dalle contraddizioni. Anche i racconti che sottolineano la continuità della propria vita estraggono dalla materia autobiografica i temi ricorrenti della scissione, della differenza, del contrasto”.

La frattura a cui si riferisce Passerini - Scattigno è al contempo generazionale e culturale.
La generazione nata nel secondo dopoguerra e cresciuta negli anni Sessanta – nel periodo in cui in Italia si inventava la tradizione e lo stereotipo del “mammismo” (come ha scritto Marina D'Amelia), è stata caratterizzata da una frattura con il passato (da una spinta emancipatrice nei confronti della famiglia, della società e della storia precedente) che è stata ambigua e ambivalente nei confronti dei padri, mentre è stata violenta e profonda nei confronti delle madri: “la madre era tutto ciò che non si voleva diventare nella vita”.



Rifiuto
La maternità fu talvolta, per quella generazione, un desiderio impossibile; la rivolta nei confronti della generazione delle madri e dell'immagine femminile da loro incarnata, fu spesso inevitabile:

“Le madri erano spesso donne comuni, prive di visibilità sociale e politica che anche quando lavoravano erano dedite all'allevamento dei figli come unica realizzazione di sé. […] Le madri erano al tempo stesso autoritarie e socialmente deboli, complici e custodi della propria esclusione, ostili al cambiamento. Così, in un contesto sociale e culturale in rapida trasformazione, le donne più giovani che si apprestavano a vivere i grandi e radicali cambiamenti degli anni settanta, non trovarono nelle madri elementi positivi di identificazione, ma piuttosto spunti estremi per la ribellione”4.

Molte donne di quella generazione non hanno avuto figli, o li hanno fatti nel decennio successivo, spesso nella seconda metà degli anni Ottanta. Come ha scritto Luciana Percovich, nella scelta se diventare madri o no, “la via d'uscita molto spesso ha finito per configurarsi come una messa tra parentesi, se non proprio come una rinuncia, una sospensione del desiderio di maternità”.
    Il rapporto madre/figlia, scrive Anna Bravo, è “il più forte, contrastato, ambivalente fra quanti uniscono e dividono le donne. E' lo snodo attraverso cui passano gran parte delle questioni care al femminismo, dal modo in cui si concepisce una genealogia, alla scelta di generare, dal legame con il registro materno a quello con le madri concrete”5. Nonostante ciò, il primo neofemminismo sembra aver preso le distanze dalle madri concrete, dalla maternità reale. Adrienne Rich, in Nato di donna6, ha scritto che alla metà degli anni settanta la maternità era un'area fondamentale ma ancora inesplorata della teoria femminista, un discorso ancora schiacciato dalla contraddizione tra l'esperienza della maternità così come era generalmente e socialmente considerata (centrale nella vita di una donna, appagante anche nei suoi dolori), e così come lei – e molte donne-  invece la vivevano o l'avevano vissuta: angosciante, stancante, irritante... ambivalente.

“Non avevo idea di ciò che io volevo, di ciò che io potevo o non potevo scegliere. Sapevo solo che avere un figlio significava diventare donna adulta completa, affermarmi, essere come le altre”.

    Una maternità, quindi, che fu vista come un momento di regressione nel privato, di perdita di autonomia; come approvazione dell'etica del sacrificio e dell'oppressione voluta dalla società patriarcale; come destino, come l'unica carriera ammessa per le donne. Il rifiuto di questa maternità riduttiva, incapace di esprimere realmente la soggettività femminile, apparve, quindi, come una scelta giusta, liberatoria e non più procrastinabile:  “la rivolta della ragione”.

“Se c'è un problema rispetto al quale si fatica a capire cosa vogliamo è certo quello della maternità. […] Il figlio come condanna, come carceriere, carceriere come castrazione personale sociale, come anello di una catena di oppressione che non è dato spezzare.
 Il rifiuto razionalistico, della donna di fronte a questa scelta è più che mai giustificato è la rivolta della ragione, il desiderio di emancipazione, il rifiuto dell'esclusione”7.

La consapevolezza della sua centralità e complessità ha fatto sì, quindi, che ad un certo punto questa maternità venisse rigettata, e che molte ragazze protagoniste del movimento neofemminista si allontanassero dall'idea di fare figli vivendo, talvolta in modo estremo, il conflitto con la madre e con l'essere madre.

In Perché non abbiamo avuto figli, Ida Dominijanni sottolinea come alla base della scelta della non maternità c'era spesso la decisone di dedicare la vita ad altro, alla militanza, al femminismo, alla presa di coscienza, alla liberazione propria e delle altre donne: se la generazione delle femministe storiche ha avuto pochi figli, sostiene, è perché hanno investito il desiderio di maternità sulla “genealogia femminile”, nel creare nuovi legami tra donne8. l'unica scansione del tempo ammessa, era quella dettata dalla politica.
    Alcune storiche sostengono che il rifiuto della maternità può essere interpretato anche come una faccia della dimensione giovanile della stagione dei movimenti collettivi post Sessantotto, come espressione del desiderio di essere orfani e comunque mai genitori. Luciana Percovich ha parlato di un movimento di figlie, in antagonismo pendolare con le madri; Anna Bravo, a proposito della violenza delle campagne degli antiabortisti, ha scritto: “infondo è stata una fortuna viverci come figlie, puellae, angeli sterili all'interno di movimenti in cui signoreggiava il mito del puer aeternus e l'adultità era rinviata a un futuro impreciso”9.
Ma quelle donne, seppur giovani, erano in realtà ben consapevoli del potere della maternità e vivevano come un'inaccettabile ingiustizia lo scollamento tra l'immagine tradizionale, atavica, della maternità come natura e cultura, come destino desiderato, e la realtà, fatta di solitudine.
In un documento del 1972 si legge:

“Si afferma che la produzione dei figli è un fatto sociale. Devi renderne conto alla società. Ma a me la società ne rende conto? no. Se ne fai tanti se un coniglio. In ogni modo li fai tu, tutti tu e la società non fa proprio niente perché questa tua produzione sociale avvenga nelle migliori condizioni. Più ne fai, più sei disprezzata, più sei distrutta”10.

In un documento prodotto dal collettivo di via Pomponazzi nel 1974, si accusa “l'apologia dell'amore materno”, a causa della quale la donna si accolla l'intero peso della maternità, costruendo sulla propria castrazione sessuale la sua esclusione sessuale. Sempre nel 1974, su “Effe”, si denuncia invece la mistica della maternità, che vede nei bambini il mezzo attraverso il quale le donne trovano uno scopo, un'utilità sociale, una compagnia contro la solitudine, un ruolo importante nella società mentre di fatto, “nella realtà maternità significa per noi un'ulteriore esclusione”11.
    Come mostrano altri documenti, il rifiuto poteva essere espresso anche in modo lapidario, quasi gridato, perché reazione al terrore della manipolazione. In“Maternità responsabile?” (riportato nel libro La coscienza nel corpo) si legge:

“Hanno saputo farci fare figli anche quando partorire significava morire spesso di infezione. Una cosa sola non riusciranno a farci fare: farci gestire il nostro sfruttamento. Vogliamo fare meno figli possibili”12.


Il principio dell'autodeterminazione della donna, e quindi della libera scelta di maternità, è stato per il femminismo degli anni Settanta un valore centrale, catalizzatore di tutti gli altri obiettivi: sia perché autodeterminazione significava fine della lunga tradizione di controllo sul corpo della donna (e quindi inizio di una nuova autonomia e soggettività femminile); sia perché l'autodeterminazione comportava una trasformazione radicale del rapporto tra  pubblico e privato, e tra uomo e donna. Il nodo centrale era nella libera scelta, nell'espressione del desiderio, nella consapevolezza: è per questo che quasi tutti i documenti fino al 1976 circa, anche quando evocano nel titolo il tema della maternità, di fatto sono incentrati sull'aborto.
    Del resto, come si legge in Non credere di avere dei diritti13, attraverso la lotta per l'aborto legale molte donne espressero, in realtà, la loro volontà di essere protagoniste e il loro rifiuto del ruolo materno quale unica forma di realizzazione femminile. Come è noto, una delle prime a rifiutare l'unione di maternità e sessualità, imposta come legge naturale, è stata Carla Lonzi, la quale ha riformulato il discorso sull'aborto sostituendo alla domanda “abortire o no”, quella “è per il piacere di chi sto abortendo?”. La radicalità del gesto di rivolta era anche e soprattutto nella scoperta e nell'affermazione di una sessualità femminile distinta dalla riproduzione14.
    Non c'è dubbio che la centralità del discorso sull'interruzione di gravidanza abbia avuto un ruolo fondamentale nel “congelare” l'immaginario femminista sulla maternità, perché calò come una cappa sul tema della sessualità e della maternità, al punto da intralciarne l'espressione, da soffocarne il desiderio, al punto di impedire la ricerca della propria identità e della propria idea di maternità. Quelle donne, anche quando molto giovani, anche quando affezionate al ruolo di figlie, avevano compreso bene la carica politica dell'aborto ma anche dell'amore materno, e conoscevano bene il dolore di non trovarlo15.
Come ha scritto Mariella Gramaglia:

 “Quando dal '74 in poi, dopo il referendum sul divorzio, si comincia a discutere sempre più di aborto e di violenza sessuale non è semplicemente che la politica si fa più laica concreta. E' una cultura che cambia.  Donne adulte, e non angeli sterili, sanno di poter dare la vita o no a seconda di una scelta che pesa, sanno che la sessualità, quella comunicazione che per definizione passa fra simili, fra amici, è intrisa di violenza, magari mediata, teatralizzata, rarefatta, a mimare di lontano la morte e il suo sentimento […]. Le lunghe riunioni di autocoscienza sul problema dell'aborto sono anche faticosi itinerari intorno al senso di morte”16.

Accanto al rifiuto della maternità, e dentro il rifiuto stesso, c'era quindi per molte delle giovani donne di quegli anni, la difficoltà di riuscire a riconoscere e ad articolare dentro di sé il desiderio, come parte integrante della nuova soggettività; il corpo e la sessualità erano territori ancora in parte sconosciuti, ma contenevano una possibile, e irrinunciabile libertà.   

Sospensione e reinvenzione
Ritengo che i movimenti delle donne siano caratterizzati, in primo luogo, da tensioni e contraddizioni continue e irrisolvibili, come quella tra figlie e madri (crudele, dolorosa e ingrata) che hanno permesso al movimento di procedere, di generazione in generazione, proprio sulla base delle fratture, in ciclo continuo di abiure e riscoperte. Quello che sembrava un rifiuto, era in realtà un rimandare, in attesa che l'energia della scoperta della sessualità femminile, del piacere, del segreto del corpo emergesse e si affermasse pienamente.
    Alla fine degli anni Settanta, sebbene la maternità costituisse ancora la contraddizione più difficile da affrontare, la maturità del lavoro dei gruppi di self help e di salute della donna diede uno dei suoi frutti più preziosi: la maternità come desiderio possibile, come desiderio non modellato dalla società, non definito perché senza regole definitive, libero perché espressione delle soggettività femminili.

“Si è cominciato a parlare di creatività ed espressione del corpo, di sessualità nel rapporto con il figlio, più vicina e più presente alle nostre modalità espressive di quella vissuta con l'uomo. Qualcuno ha detto in questo desiderio di procreazione, si voleva ripetere e rivivere il rapporto perduto con il corpo della madre. Qualcuno manifestava la voglia di avere una bambina, per generare un altro corpo di donna”17.

La reinvenzione della maternità fu permessa dal lavoro di quei gruppi di donne che fin dai primi anni Settanta avevano cercato di immaginare nuovi modi di vivere, di sentire, di pensare il proprio corpo e, quindi, di generare.
Come ha scritto Luciana Percovich,

“Tutte lavoravamo per riappropriarci della conoscenza dei nostri corpi, per sottrarli al controllo della casta medica maschile, per liberare la nostra sessualità imbrigliata dalle leggi del patriarcato ed allo sfruttamento del capitale, per prendere coscienza dei nostri bisogni e creare una coscienza dei nostri diritti anche in questo campo.
Lavoravamo per allargare la nostra coscienza, tenendo uniti il corpo e la mente come altrove raramente accade con un coinvolgimento personale, politico ed emotivo fortissimo.
La consapevolezza che la radice dell'oppressione delle donne, come di ogni altra oppressione, sta nel modo in cui si esprime o non si esprime la sessualità e che la radice nel corpo del pensiero non può più essere evitata se si vuole davvero cambiare il comune essere nel mondo”.

Solamente quando la battaglia per l'aborto ha iniziato a volgere verso la fine, si è iniziato a parlare veramente e profondamente di maternità, a ripensarla, reinventarla: la parola “maternità” non è stata più affiancata solamente alle parole aborto e contraccezione, ma a gravidanza e parto.
    Non mi pare casuale, quindi, che il primo Collettivo Madri sia sorto, a Roma, nel 1976 per cercare di portare alla ribalta un tema – quello della maternità – che era rimasto nell'ombra nonostante, o forse a causa, dell'attenzione dedicata alla sessualità, all'aborto, al privato.  Si legge nella premessa a Maria, Medea e le altre:

“si discuteva del ruolo materno svolto da alcune donne all'interno dei collettivi o del rapporto con la propria madre ma si faticava ad analizzare sé stesse come madri. […] Ma puntando l'indice sul corpo, sulla sessualità, sui desideri, nel ventre profondo della donna, anche il discorso su noi come madri non poteva tardare a farsi strada”18.
   

Conclusioni
    Più che rifiutato, il desiderio di maternità era stato quindi sospeso: la scelta della non maternità non era stata espressa in termini di irrevocabilità, quanto piuttosto di sospensione: “sto perplessa sulla soglia della maternità”19. 
    Alla fine degli anni Settanta il femminismo internazionale, ma anche quello italiano, trovò le parole nuove per dire la maternità e negli anni Ottanta si cominciò a parlare di creatività ed espressività del corpo anche al di fuori dei gruppi per la salute delle donne.
    L'elaborazione femminista sulla sessualità e sul corpo delle donne dei gruppi per la salute e di self-help, che avevano interpretato la battaglia per l'aborto come una delle tappe del percorso per una nuova sessualità20, diedero un nuovo valore alle connessioni tra corpi delle donne e il tempo (i cicli, l'allattamento, la menopausa) e avviarono una battaglia contro l'ospedalizzazione del parto che spesso faceva della gravidanza un'esperienza traumatica: al riguardo,  scrive Percovich, che sembrava quasi che

“del momento di massima creatività del corpo femminile le donne non dovevano conservare un ricordo positivo ma ricordare di esserne state espropriate per sempre: macchine per la riproduzione della specie, prive di anima, colpevolizzate per un eccesso di supposto godimento sessuale nel momento dell'accoppiamento. Essere madri in queste condizioni era ancora una volta sottostare all'ordine stabilito dalla sessualità maschile”21.

Quello che invece si ambiva, era che proprio attraverso la maternità molte donne potessero cominciare a “sentire il corpo”.  Con gli anni Ottanta si avviò una nuova fase del movimento femminista in generale, e di quello  per la salute in particolare, che si dedicò, tra le altre cose, a  (ri)pensare la gravidanza e il parto, a fondare gruppi di assistenza al parto che rivalorizzare il parto in casa ed elaborarono nuove tecniche di parto dolce: sessualità e maternità smisero di essere antagoniste, il “desiderio” si sostituì al “destino”22.
    Fu in questo modo che si arrivò, nel 1983, al Convegno “Chi ha paura della cicogna?”, organizzato dalla cooperativa DORIS (Documentazione, ricerca, salute), che ha contribuito a ripensare la cultura della nascita e ha avviato il progetto delle Case di maternità.
    Crediamo che sia importante ripartire da qui per interrogarci sugli effetti e sui significati dell'attuale medicalizzazione della maternità, per la quale troppo spesso i neonati sono soltanto prodotti della tecnica, le madri sono ignorate come persone e come donne, e il desiderio rischia di tornare ad essere insabbiato, e per fare sì che il corpo delle donne non torni mai più ad essere muto, senza storia. 

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